FONTANA Lucio
Con Lucio Fontana la tela smette di essere soltanto una superficie sulla quale dipingere: può essere forata, tagliata, attraversata dallo spazio. È questa trasformazione a rendere la sua ricerca uno dei passaggi decisivi dell'arte del Novecento. Fondatore dello Spazialismo, Fontana non cerca semplicemente una nuova immagine, ma un nuovo rapporto tra opera, materia, luce e ambiente, superando le separazioni convenzionali tra pittura e scultura.
Dalla scultura alla concezione spaziale
Fontana nasce a Rosario, in Argentina, il 19 febbraio 1899, in una famiglia di origine italiana. Il padre Luigi dirige un laboratorio di scultura e gli trasmette una prima familiarità con il mestiere. Dopo gli studi in Italia e la partecipazione alla Prima guerra mondiale nell'esercito italiano, il giovane artista torna in Argentina e lavora come scultore. Nel 1928 rientra a Milano e frequenta l'Accademia di Brera, dove studia con Adolfo Wildt. La sua ricerca prende avvio dalla figura, ma si apre presto alla deformazione, al movimento e a soluzioni vicine all'astrazione. Nel 1930 tiene una personale alla Galleria del Milione.
Negli anni Trenta la ceramica diventa un campo essenziale di sperimentazione. Ad Albisola, e successivamente anche in Francia, Fontana modella figure, animali e composizioni astratte, intervenendo con energia sulle superfici e utilizzando smalti dai colori intensi. L'esperienza diretta della materia prepara una concezione dell'opera come presenza fisica nello spazio. Durante gli anni Quaranta questa intuizione assume una forma teorica: nel 1946, a Buenos Aires, Fontana contribuisce al Manifesto Blanco; nel 1947, a Milano, viene pubblicato il primo manifesto spazialista. La nuova arte, secondo questa prospettiva, deve confrontarsi con le possibilità aperte dalla luce, dal movimento, dalla tecnologia e dallo spazio reale.
Ambienti, Buchi e Tagli
Nel 1949 Fontana realizza l'Ambiente spaziale a luce nera, nel quale forme sospese e illuminazione ultravioletta trasformano lo spazio percepito dal visitatore. Non si tratta più di osservare un oggetto isolato: lo spettatore entra fisicamente nell'opera. Nello stesso periodo iniziano i Buchi, interventi che perforano la superficie dei Concetti spaziali. La profondità non viene simulata con la prospettiva, ma resa concreta dall'apertura nella tela.
Alla fine degli anni Cinquanta compaiono i celebri Tagli, spesso associati al titolo Concetto spaziale, Attese. Uno o più squarci attraversano tele frequentemente monocrome, costruendo un rapporto essenziale tra colore, superficie e vuoto. Il gesto, solo in apparenza semplice, nasce da una precisa preparazione e introduce una dimensione ulteriore rispetto al piano pittorico. Il rosso, il bianco, il giallo, il nero e le altre tonalità utilizzate non descrivono oggetti: definiscono il campo visivo entro il quale il taglio acquista forza.
La ricerca di Fontana non si esaurisce in queste due invenzioni. Nelle Pietre applica frammenti di vetro colorato che catturano e riflettono la luce; nei Gessi e negli Oli sperimenta rilievi, spessori, incisioni e perforazioni. Tra il 1963 e il 1964 realizza La Fine di Dio, serie di grandi tele ovali perforate, la cui forma può evocare un uovo e una dimensione primordiale. Nei Teatrini della metà degli anni Sessanta, invece, cornici sagomate delimitano superfici monocrome, suggerendo piccoli palcoscenici in cui forma e profondità tornano a confrontarsi.
Opere su carta, riconoscimento ed eredità
Accanto alle opere plastiche e agli ambienti, Fontana realizza disegni, incisioni, litografie e serigrafie. Anche nella grafica il segno e la superficie costituiscono questioni centrali, ma ogni esemplare richiede una corretta identificazione tecnica. Una fotografia di una tela tagliata, stampata su carta, non equivale infatti a un taglio fisicamente eseguito dall'artista. Per le edizioni occorre verificare, quando disponibili, firma, tiratura, editore e riferimenti catalografici, distinguendo l'opera grafica originale dalla semplice riproduzione.
La sua ricerca ottiene un riconoscimento internazionale e nel 1966 Fontana riceve il Gran Premio per la pittura alla Biennale di Venezia. Muore a Comabbio il 7 settembre 1968. La portata della sua opera va oltre l'immagine iconica della tela tagliata: consiste nell'aver dimostrato che lo spazio non deve necessariamente essere rappresentato, perché può diventare parte integrante dell'opera stessa.