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MATTIACCI Eliseo

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Eliseo Mattiacci (Cagli, 1940 – Fossombrone, 2019) ha ampliato il significato stesso della scultura, trasformandola in un modo per interrogare lo spazio e le forze che lo attraversano. Ferro, strutture industriali, dischi, aste e grandi elementi geometrici diventano presenze capaci di suggerire gravità, attrazione, equilibrio e movimento. La sua ricerca si sviluppò in dialogo con le sperimentazioni dell'Arte Povera, senza coincidere interamente con quel contesto: ciò che lo interessava era soprattutto rendere sensibile il rapporto fra il corpo umano, la materia e una dimensione spaziale molto più vasta di quella quotidiana.

Dalla scultura-oggetto alla scultura-ambiente

Negli anni Sessanta Mattiacci mise in discussione l'idea della scultura come figura o volume da collocare su un piedistallo. I materiali potevano occupare il pavimento, estendersi nello spazio o modificare la percezione del luogo espositivo. «Tubo» (1967) è un esempio emblematico di questo cambiamento: una grande struttura flessibile che non si lascia leggere come un oggetto chiuso e autosufficiente, ma entra in rapporto con l'ambiente e con la propria natura fisica. La scultura smette così di rappresentare qualcosa di esterno e diventa un evento concreto, fatto di dimensioni, peso e comportamento dei materiali.

Questa attenzione alla realtà fisica non elimina la componente immaginativa. Al contrario, Mattiacci sembra cercare proprio nella precisione degli elementi una possibilità poetica. Un'asta può suggerire una direzione, un disco può richiamare una traiettoria, una massa sospesa può far percepire la gravità in modo più intenso di una descrizione scientifica. Il materiale non viene travestito da altro: conserva la propria identità, ma entra in un sistema di relazioni che ne amplia il significato.

Gravità, energia e immaginazione cosmica

Con il procedere della ricerca, il rapporto fra la Terra e il cosmo acquista un ruolo sempre più importante. Le opere possono evocare orbite, campi di forza o strumenti di misurazione, pur senza essere modelli astronomici. Il riferimento all'universo permette a Mattiacci di collocare l'esperienza umana in una prospettiva più ampia, nella quale il nostro corpo è una presenza minima ma capace di percepire le leggi e i misteri dello spazio. Il contrasto fra peso e slancio, fra radicamento e desiderio di superare i confini, attraversa molte delle sue composizioni.

Nelle opere di grande scala il paesaggio diventa parte dell'esperienza. Una struttura collocata all'aperto può dialogare con l'orizzonte, con il cielo o con l'inclinazione del terreno. La scultura non si limita allora a occupare un luogo: aiuta a guardarlo diversamente. Anche l'osservatore è coinvolto, perché il senso dell'opera dipende dalla distanza, dalla posizione e dal rapporto fisico con le sue dimensioni.

Disegno, progetto e opere su carta

Disegni e studi accompagnano questa indagine, ma non devono essere considerati automaticamente documenti subordinati alla scultura. Il foglio può diventare uno spazio autonomo nel quale sperimentare relazioni fra segni, masse e direzioni. Quando si incontra un'edizione grafica o un multiplo, l'identificazione richiede comunque una verifica puntuale di tecnica, tiratura, firma e documentazione: l'aspetto di un'immagine non basta a stabilire il procedimento con cui è stata realizzata.

L'originalità di Mattiacci sta nell'aver trasformato questioni apparentemente astratte — energia, gravità, dimensione cosmica — in esperienze tangibili. Le sue opere non spiegano l'universo, ma ci invitano a sentirne la presenza attraverso il peso di un materiale, la direzione di una forma e il vuoto che le circonda.

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