GASTINI Marco - EmporiumArt

GASTINI Marco

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La pittura di Marco Gastini nasce da una domanda che attraversa gran parte dell'arte del secondo Novecento: dove finisce il quadro e dove comincia lo spazio che lo circonda? Nelle sue opere il colore non si limita a riempire una superficie e il segno non serve a descrivere un soggetto. Pietre, vetri, metalli, legni e tracce di pigmento entrano in relazione con la parete, con la luce e con la posizione dell'osservatore. Il risultato è una ricerca rigorosa ma tutt'altro che fredda, nella quale la materia conserva la propria presenza fisica e la pittura si trasforma in un'esperienza dello spazio.

Dalla formazione torinese alla ricerca sul segno

Nato a Torino nel 1938, Gastini incontra molto presto la concretezza dei materiali nel laboratorio del padre, marmista. L'esperienza delle pietre, del loro peso e delle loro superfici non è un semplice episodio giovanile: aiuta a comprendere perché, anche quando il suo linguaggio si farà essenziale, l'artista continuerà a considerare la pittura un fatto materiale prima ancora che un'immagine. Dopo gli studi al Liceo Artistico, frequenta l'Accademia Albertina di Belle Arti, diplomandosi nel 1960. Le prime prove figurative e tardo-informali appartengono a un clima culturale nel quale molti artisti italiani cercano di superare sia la rappresentazione tradizionale sia l'espressività gestuale dell'Informale.

Durante gli anni Sessanta questa esigenza diventa sempre più evidente. Gastini riduce gli elementi descrittivi, lascia emergere il bianco del supporto e concentra l'attenzione su tracce, intervalli e presenze minime. Non si tratta di impoverire l'immagine, ma di renderne percepibili le condizioni di esistenza: che cosa accade quando un segno incontra una superficie, quanto spazio gli occorre e come cambia la sua intensità in rapporto al vuoto? Fra il 1967 e il 1968 sperimenta la vernice spray, ottenendo tracce leggere, quasi sospese, che attenuano la consistenza tradizionale della pennellata. Le ricerche presentate nel 1968 alla Galleria Il Punto di Torino testimoniano questo progressivo spostamento dell'interesse dall'immagine al processo pittorico.

La Pittura Analitica e l'uscita dal quadro

La sua opera viene accostata alla Pittura Analitica, che negli anni Settanta indaga gli elementi costitutivi del dipingere: supporto, colore, gesto e superficie. Gastini condivide questa attenzione, ma la conduce verso una direzione personale. La tela non gli basta più come spazio chiuso e autosufficiente; ciò che lo interessa è la possibilità che la pittura entri in rapporto diretto con la parete e con l'ambiente. L'introduzione del plexiglas nel 1969 è decisiva: la trasparenza del supporto permette alla realtà retrostante di partecipare alla visione e rende meno stabile la distinzione tra opera e spazio circostante.

All'inizio degli anni Settanta anche piombo e antimonio entrano nel suo vocabolario. La presenza di questi materiali non risponde a una volontà decorativa: il loro peso, la loro densità e il loro comportamento sulla superficie producono un confronto fisico con i segni pittorici. Parallelamente, disegni realizzati con carbone e pastello mostrano come una linea o una traccia isolata possano agire nello spazio senza bisogno di costruire una figura. Il vuoto diventa una componente attiva della composizione e il rapporto tra elementi distanti assume la stessa importanza di ciò che è materialmente presente.

Negli anni successivi questa concezione porta Gastini a sviluppare opere che si estendono oltre i limiti convenzionali del quadro. La parete non è più soltanto il luogo dove appendere un dipinto, ma una parte della relazione visiva. Lo spettatore deve considerare la posizione dei singoli elementi, le distanze, le sporgenze e le variazioni della luce. La pittura smette così di rappresentare uno spazio immaginario e comincia a intervenire nello spazio reale.

Materia, colore e opere su carta

A partire dagli anni Ottanta il lavoro si arricchisce di legno, vetro, ferro, pietra, pergamena e altri materiali, spesso associati a pigmenti e interventi gestuali. Alcuni elementi sembrano uscire dalla superficie, altri la attraversano o la interrompono, creando una tensione continua tra leggerezza del segno e concretezza dell'oggetto. Anche il colore acquista una presenza più esplicita: al bianco e alle tracce rarefatte si affiancano blu, rosa e campiture più intense. Non è un ritorno alla pittura tradizionale, ma un ampliamento delle possibilità già esplorate, nel quale il gesto e la materia tornano a confrontarsi in modo più evidente.

Le opere su carta costituiscono un capitolo importante di questo percorso. Il foglio può accogliere disegno, pigmento e materiali applicati, senza ridursi necessariamente a uno studio preparatorio. In alcune composizioni la carta diventa il luogo di un lavoro unico, in altre può essere coinvolta in progetti editoriali o grafici. Per questo, quando si descrive un'opera di Gastini, è essenziale distinguere un disegno o una tecnica mista originale da una stampa in tiratura: la somiglianza visiva non basta a stabilire se si tratti di litografia, serigrafia o di un procedimento differente. La tecnica va ricavata dalla documentazione dell'esemplare e non presunta sulla base dell'immagine.

La ricerca di Gastini ha trovato riconoscimento in importanti esposizioni italiane e internazionali, fra cui la mostra del 1982 alla Städtische Galerie im Lenbachhaus di Monaco di Baviera e successive rassegne a Modena, Milano, Bologna e Torino. Scomparso a Torino nel 2018, l'artista lascia un percorso nel quale l'analisi del linguaggio pittorico non conduce a una formula ripetitiva, ma a un confronto sempre rinnovato con le qualità dei materiali. La sua originalità consiste proprio nell'aver mostrato che un quadro può esistere non soltanto per ciò che contiene, ma anche per le relazioni che attiva fuori dai propri confini.

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