WELLER Simona

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Simona Weller (Roma, 1940) ha costruito un percorso artistico in cui pittura e scrittura si incontrano fino a diventare parti inseparabili di uno stesso linguaggio. Le sue tele possono ricordare pagine, paesaggi, lavagne e superfici attraversate da alfabeti immaginari: il segno nasce talvolta come lettera, ma si trasforma progressivamente in ritmo, trama e colore. A questa ricerca visiva l'artista ha affiancato un'importante attività letteraria, dedicata in particolare alla ricostruzione del ruolo delle donne nella storia dell'arte.

La formazione e l'incontro con altre culture

Dopo gli studi classici, Weller frequenta l'Accademia di Belle Arti di Roma, entrando in contatto con maestri quali Ferruccio Ferrazzi e Mario Mafai. L'esperienza formativa non si limita però all'ambiente italiano. Grazie a borse di studio e a soggiorni in Thailandia ed Egitto, l'artista scopre sistemi di scrittura e tradizioni figurative molto differenti da quelli occidentali. L'interesse per i caratteri che non riesce a decifrare diventa particolarmente fecondo: prima ancora di essere letta, una scrittura può essere osservata come una successione di forme, intervalli e movimenti.

Da questa intuizione nasce una pittura che non si limita a rappresentare parole. I segni possono addensarsi in superfici fitte, interrompersi in pause luminose o allargarsi fino a diventare vere campiture cromatiche. L'opera invita a un doppio sguardo: si ha la sensazione di trovarsi davanti a un messaggio, ma il suo significato non dipende da una traduzione letterale. È l'insieme della composizione a comunicare.

La pittura-scrittura e gli anni Settanta

Nel 1973 la partecipazione alla X Quadriennale di Roma porta all'attenzione della critica le grandi tele in cui la scrittura si mescola alla pittura. Weller si colloca in una stagione di sperimentazioni sul linguaggio, ma conserva una sensibilità autonoma, attenta alla dimensione fisica del gesto e alla memoria personale. Nelle sue opere il segno può evocare una cancellatura, una frase ripetuta, un appunto lasciato su una lavagna o un paesaggio visto da lontano.

La partecipazione alla Biennale di Venezia del 1978, nella sezione Materializzazione del linguaggio curata da Mirella Bentivoglio, costituisce un momento significativo di questo percorso. Il lavoro Diario al muro, realizzato fra il 1977 e il 1978, riunisce scrittura, collage, colore e intervalli vuoti, mostrando quanto l'artista consideri importanti non soltanto i segni, ma anche le pause che li separano. Il rapporto fra parola e immagine diventa così un'indagine sul tempo, sulla memoria e sulla costruzione dell'identità.

Pittura, ceramica e scrittura letteraria

Nel corso degli anni Weller amplia la propria produzione anche alla ceramica, mantenendo l'interesse per la superficie come luogo di iscrizione e trasformazione. La materia introduce una dimensione ulteriore: il segno non è più soltanto tracciato su una tela, ma può aderire a un oggetto, seguirne il volume e dialogare con la luce.

Parallelamente, l'artista pubblica saggi e opere narrative dedicate alla creatività femminile. Con Il complesso di Michelangelo e altri scritti contribuisce a interrogare le ragioni storiche della scarsa visibilità delle artiste; nelle biografie romanzate dedicate ad Angelica Kauffmann, Suzanne Valadon e Benedetta Cappa intreccia documentazione e racconto. Questa attività non è separata dalla pittura: in entrambi i casi Weller cerca di restituire voce a esperienze e linguaggi spesso trascurati.

Per le opere su carta è importante distinguere disegni originali, collage, eventuali stampe d'arte e riproduzioni, verificando tecnica, firma, supporto e tiratura. L'originalità della sua ricerca risiede nella capacità di rendere visibile la scrittura e leggibile, in senso poetico, la pittura.

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